Francesco Di Leo e l'arte, una missione di vita
Entrare nella galleria d’arte del professor Francesco Di Leo è una boccata d’aria fresca per la mente e il cuore, un’oasi di bellezza nel cuore di Conegliano, capace di attrarre gli sguardi curiosi ma anche interessati delle persone che attraversano l’elegante complesso di Corte delle Rose, grazie anche alla cortesia della signora Sonia Possamai che ha messo a disposizione i locali.
Il professor Francesco Di Leo è molto disponibile, accoglie, racconta, illustra le opere con passione, la stessa che lo accompagna da sempre nella vita e che si è trasformata in una professione svolta con competenza. Dopo alcuni anni come insegnante alla scuola enologica, lui che ha sempre respirato arte fin da bambino, si dedica ad essa con impegno, grazie probabilmente ad un amore maturato in famiglia: Domenico Cantore era suo zio e docente all’accademia di Brera di Milano. E si sa che Milano è stata la capitale italiana dell’arte dove sono fiori diversi laboratori di grandi movimenti artistici.
Sono numerose le mostre che ha organizzato in spazi pubblici durante la sua carriera, tra le altre a Palazzo Sarcinelli, a Palazzo Todesco di Vittorio Veneto e alla Casa della Musica di Grado. Ha ricevuto alcuni riconoscimenti importanti, come la prestigiosa prefazione ad un catalogo scritta dal Cardinal Ravasi o la dedica lasciata su un altro catalogo dalla seconda carica dello Stato, il sen. La Russa, dopo aver visitato l’esposizione delle opere di Concetto Pozzato. All’epoca Francesco di Leo venne chiamato dal sindaco di Bologna per preparare la mostra dedicata a questo artista di grande spessore, esponente italiano della pop art. Lo seguì la giornalista Francesca Nicastro che intervistò il maestro per “coglierne l’essenza e promuoverla all’esterno, perché questo è importante.”- puntualizza il professore – “L’arte può essere criptica, però se uno vi entra e riesce a decifrarla, ognuno secondo la propria sensibilità e il proprio background, vi trova ciò che cerca e vuole trovare. L’opera d’arte di un certo rilievo ti lascia sempre il segno, ogni giorno quando la guardi ti comunica qualcosa”.
Per la dedizione e l’impegno nel portare avanti la sua attività nell’ambito artistico e per i meriti conseguiti nel panorama culturale del nostro territorio e non solo, il professor Di Leo è stato nominato Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 2015.
Durante la visita mi vengono descritte le opere esposte e narrati aneddoti ed eventi riguardanti gli artisti. Nella galleria si è tenuta in occasione della Pasqua la mostra “IN HOC SIGNO”, durante la quale sono state esposte opere che esprimono un legame con la nostra storia cristiana. L’evento ha avuto un notevole successo grazie alla presenza di lavori frutto del talento di artisti celebri : Benetton, Calabrò, Celiberti, Del Sal, Dinetto, De Lutti, Donadel, Dorigatti, Finzi, Floreancig, Magnolato, Massagrande, Nerone, Oyrta, Pozzati, Stefani, Treccani.
“Una volta parlando con l’artista veneziano Renato Borsato, mi disse che solo nel Veneto ci sono 40.000 pittori e sai quanti arrivano al successo? Pochissimi, li conti sul palmo di una mano. Sicuramente ci vuole grandi abilità interpretativa, grande capacità e doti notevoli, ma ci vuole anche un po’ di fortuna” precisa il professore, mentre osserviamo un dipinto di Bruno Donadel, “il pittore contadino”, vincitore nel 1957 del prestigioso premio Diomira, a Milano; alcuni suoi lavori sono stati conservati al Castello Sforzesco di Milano. Donadel attirò l’attenzione di un genio dell’arte, Carlo Cardazzo, il primo a portare le opere all’interno di uno spazio privato creando le gallerie d’arte. Collaborando con Milena Milani e Lucio Fontana portò l’arte fuori dagli spazi pubblici, quindi non più solo appannaggio dei musei ma anche di luoghi privati; ebbe inoltre l’intuizione che lo portò a fondare il Movimento dello Spazialismo tra il 1946 e il 1947. Cardazzo desiderava avere Donadel nel suo gruppo che includeva pittori di respiro internazionale, ma quest’ultimo preferì mantenere un forte legame con la terra d’origine, avere una sua indipendenza ed esprimere in autonomia il suo talento.
Lo sguardo è corso poi a Ennio Finzi, scomparso recentemente, maestro veneziano dell'espressionismo astratto, appartenente alla corrente dello spazialismo. Nelle sue opere che ho potuto ammirare si comprende la scomposizione cromatica o scala cromatica, frutto di uno studio approfondito sulla scomposizione della luce, Coniugava la musica dodecafonica con i timbri cromatici, ha saputo far vibrare i colori in uno spazio luminoso.
Lino Dinetto invece ha studiato con Carrà e Sironi. Tutt’ora vivente (ha 99 anni) ha iniziato a dipingere a diciotto anni, lavorando per la chiesa di Trichiana e quella di Mel. E’ l’unico presente all’Accademia Pontificia del Santo di Padova, di fronte agli affreschi di Giotto. Si è occupato della decorazione completa della Cappella di Santa Chiara con dipinti enormi, riproducendo episodi di vita della santa e di San Francesco.
E’ stato 17 anni a Montevideo affrescando la Basilica di San José nel periodo 1950/54, è molto più conosciuto lì che in Italia, pur essendo padovano di nascita. Ha vinto il Premio Nazionale di Punta del Est nel 1959. Purtroppo si giunge alla constatazione, ormai scontata, quanto spesso artisti italiani di grande spessore godano di molta notorietà all’estero e di pochissima considerazione in patria.
La visita poi si è snodata tra altre opere, di Giordano Floreancig e di Gianni Borta, un artista friulano, che impressione per quanto la sua pittura sembra immergersi nella natura rivelando un espressionismo catartico, con colori decisi e impasti voluminosi. Ma lo sguardo non poteva non soffermarsi a omaggiare Cesco Magnolato, artista accademia Venezia, docente di grafica e le opere di De Lutti.
Alla fine del mio itinerario in questo angolo di bellezza, il professor Francesco Di Leo ribadisce l’intensità della sua passione e il desiderio di rendere l’arte fruibile il più possibile a tutti “Faccio il curatore di mostre, ne ho allestite anche a Padova, di Colonia e di Pordenone, partecipando attivamente inoltre a fiere d’arte. So quali artisti vanno valorizzati, quali opere vanno scelte, faccio da trait d’union tra grandi artisti e il pubblico. La gente dovrebbe essere più ricettiva. L’arte crea un movimento crea, arricchisce economicamente la zona che ospita certi eventi culturali e aiuta a promuovere il turismo di ritorno, ma non sempre questo è sempre compreso”.
“Ho fatto anche un libricino su vari maestri messo in mostra all’Assunta, con lavori fatti dagli studenti a confronto di quelli fatti dai maestri; alcuni artisti sono venuti e abbiamo fatto Calabrò, Natta, Boscolo Natta , Murer il figlio, Rabarama, alias Paola Epifani, scultrice importante a livello internazionale. Ho posto alcune sculture di quest’ultima artista nel tessuto urbano così che interagissero con l’architettura della città e vivessero parallelamente al territorio e ai suoi abitanti, oltre ad aver allestito un’esposizione sempre delle sue opere alla Casa del Cima. Lo stesso ho fatto anche con altri nomi noti. E’ un modo per rendere tangibile e godibile l’arte, come se vivesse una sua vita parallelamente a quella del territorio che la ospita e ai suoi abitanti” ci tiene a rammentare giustamente con un pizzico di orgoglio.
Dopo un tale percorso tra nomi e tele che hanno segnato e continuano a incidere indelebilmente la storia dell’arte italiana e internazionale, non posso che uscirne con maggiore vitalità nel corpo e nello spirito, grazie alle esaurienti e raffinate spiegazioni ricevute. Sono grata al professor Di Leo per avermi illustrato con entusiasmo la vita e i lavori di alcuni tra i più grandi nomi del panorama artistico italiano, con un traporto tale da sentirmi quasi coinvolta nelle dinamiche dei dipinti, nelle cromaticità, nei significati intimi celati che chiedono solo di essere osservati in silenzio, compresi pian piano e assimilati come una goccia di rugiada che nutre la terra della nostra anima. Si giunge così a una luce che si palesa e ci riporta all’origine di noi stessi, a quella semplicità che esprime tutto perché tracciata con il talento innato, espresso con spontaneità. Così guardando una tela non si vede solo un’immagine ma ci si desta da un “sonno” dettato dalla quotidianità per approdare ad un risveglio che stimola idee, pensieri, progetti per un’evoluzione propria e nel contempo vivere una consapevolezza condivisa. Qualcosa di intenso, da inspirare, vivere e che ci invita a scrollarci di dosso l’omologazione di una visione dominante. Si, perché come diceva Picasso, più volte citato nell’intervista, "L'arte scuote dall'anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni."
Monia Pin
Il professor Francesco Di Leo è molto disponibile, accoglie, racconta, illustra le opere con passione, la stessa che lo accompagna da sempre nella vita e che si è trasformata in una professione svolta con competenza. Dopo alcuni anni come insegnante alla scuola enologica, lui che ha sempre respirato arte fin da bambino, si dedica ad essa con impegno, grazie probabilmente ad un amore maturato in famiglia: Domenico Cantore era suo zio e docente all’accademia di Brera di Milano. E si sa che Milano è stata la capitale italiana dell’arte dove sono fiori diversi laboratori di grandi movimenti artistici.
Sono numerose le mostre che ha organizzato in spazi pubblici durante la sua carriera, tra le altre a Palazzo Sarcinelli, a Palazzo Todesco di Vittorio Veneto e alla Casa della Musica di Grado. Ha ricevuto alcuni riconoscimenti importanti, come la prestigiosa prefazione ad un catalogo scritta dal Cardinal Ravasi o la dedica lasciata su un altro catalogo dalla seconda carica dello Stato, il sen. La Russa, dopo aver visitato l’esposizione delle opere di Concetto Pozzato. All’epoca Francesco di Leo venne chiamato dal sindaco di Bologna per preparare la mostra dedicata a questo artista di grande spessore, esponente italiano della pop art. Lo seguì la giornalista Francesca Nicastro che intervistò il maestro per “coglierne l’essenza e promuoverla all’esterno, perché questo è importante.”- puntualizza il professore – “L’arte può essere criptica, però se uno vi entra e riesce a decifrarla, ognuno secondo la propria sensibilità e il proprio background, vi trova ciò che cerca e vuole trovare. L’opera d’arte di un certo rilievo ti lascia sempre il segno, ogni giorno quando la guardi ti comunica qualcosa”.
Per la dedizione e l’impegno nel portare avanti la sua attività nell’ambito artistico e per i meriti conseguiti nel panorama culturale del nostro territorio e non solo, il professor Di Leo è stato nominato Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 2015.
Durante la visita mi vengono descritte le opere esposte e narrati aneddoti ed eventi riguardanti gli artisti. Nella galleria si è tenuta in occasione della Pasqua la mostra “IN HOC SIGNO”, durante la quale sono state esposte opere che esprimono un legame con la nostra storia cristiana. L’evento ha avuto un notevole successo grazie alla presenza di lavori frutto del talento di artisti celebri : Benetton, Calabrò, Celiberti, Del Sal, Dinetto, De Lutti, Donadel, Dorigatti, Finzi, Floreancig, Magnolato, Massagrande, Nerone, Oyrta, Pozzati, Stefani, Treccani.
“Una volta parlando con l’artista veneziano Renato Borsato, mi disse che solo nel Veneto ci sono 40.000 pittori e sai quanti arrivano al successo? Pochissimi, li conti sul palmo di una mano. Sicuramente ci vuole grandi abilità interpretativa, grande capacità e doti notevoli, ma ci vuole anche un po’ di fortuna” precisa il professore, mentre osserviamo un dipinto di Bruno Donadel, “il pittore contadino”, vincitore nel 1957 del prestigioso premio Diomira, a Milano; alcuni suoi lavori sono stati conservati al Castello Sforzesco di Milano. Donadel attirò l’attenzione di un genio dell’arte, Carlo Cardazzo, il primo a portare le opere all’interno di uno spazio privato creando le gallerie d’arte. Collaborando con Milena Milani e Lucio Fontana portò l’arte fuori dagli spazi pubblici, quindi non più solo appannaggio dei musei ma anche di luoghi privati; ebbe inoltre l’intuizione che lo portò a fondare il Movimento dello Spazialismo tra il 1946 e il 1947. Cardazzo desiderava avere Donadel nel suo gruppo che includeva pittori di respiro internazionale, ma quest’ultimo preferì mantenere un forte legame con la terra d’origine, avere una sua indipendenza ed esprimere in autonomia il suo talento.
Ho avuto la fortuna di vedere alcuni lavori di grandi nomi nel campo dell’arte. I nomi già sopracitati ci offrono una panoramica vasta e variegata per stili e tecnica, ci siamo soffermati su alcuni lavori dove era manifesto il desiderio di pace, alcuni evidenziando l’asprezza del dolore altri inneggiando ad essa con figure più morbide e immagini quasi oniriche, come nel caso di Vico Calabrò. Significativo il “Paesaggio della Solitudine di De Sal, pittore che usava una tecnica particolare di collage, di assemblage, quasi una pittura fanciullesca, ma abbiamo poi spaziato fino a contemplare i dipinti di Lino Dinetto, che rivela una notevole capacità metafisica, fino a quelli di Giorgio Celiberti che condivideva con De Sal il concetto di semplicità, pur palesando i sentimenti più profondi. “E’ molto più difficile essere semplici che essere manieristi. La semplicità significa che qualcuno ha elaborato dentro di sé una tale maturità che ritorna ad essere bambino." Anche Picasso affermava "Ci ho messo una vita per imparare a dipingere come un bambino", infatti rinunciare alla complessità di pensieri e concetti è difficile, richiede un percorso di ricerca, sperimentazione ed esplorazione che dovrebbe essere proprio di ogni artista.
Di Celiberti ho ammirato le tele che raccontano il dramma di Terezin, il lager tedesco dove furono richiusi 15.000 bambini. I bambini sui muri disegnavano farfalle, croci, cuoricini e Celiberti li ha reinterpretati, sono così fortemente presenti nella sua arte che suscitano un’emozione potente in chi li guarda, perché si entra in una dimensione nella quale la sofferenza di trasforma in bellezza e dà un senso di equilibrio profondo.
Lo sguardo è corso poi a Ennio Finzi, scomparso recentemente, maestro veneziano dell'espressionismo astratto, appartenente alla corrente dello spazialismo. Nelle sue opere che ho potuto ammirare si comprende la scomposizione cromatica o scala cromatica, frutto di uno studio approfondito sulla scomposizione della luce, Coniugava la musica dodecafonica con i timbri cromatici, ha saputo far vibrare i colori in uno spazio luminoso.
Ci sono due artisti che meritano un discorso a sé e il professor Di Leo ci tiene a illustrarmeli. Il primo è Vico Calabrò, artista che ha donato tantissimo per l’affermazione dell’arte a livello mondiale, soprattutto per quanto riguarda l’affresco creando delle scuole in varie parti del mondo, dal Messico al Giappone, da Malta alla Germania. Nelle sue scuole si sono affermati pittori di chiara fama. Il suo nome richiama alla memoria il grande affresco che fa bella mostra di sé al Cavallino a Conegliano, realizzato su una superficie di quasi 200 mq, compiuto grazie anche all’intervento di diversi assistenti provenienti da vari Paesi. Ma va rammentato anche l’affresco “Nel segno della Croce” per la Scuola Maria Immacolata, custodito presso l’Auditorium Don Bosco. Ha diviso l’opera in due sezioni: le persone cha vanno lontano dalla luce e quelli che vanno verso la luce, la resurrezione. Non dimentichiamo l’opera realizzata presso la scuola Marconi.
Alla casa del Cima si è tenuta una mostra antologica di Vico per il quale è stato realizzato un catalogo con testi dello stesso Francesco Di Leo e di Mario Bernardi, Fausto Politino, Enzo Santese ed Enzo Dematté. Nel dipinto in galleria la luna, suo tratto distintivo, capeggia sulla tela dove la pace cerca di librarsi in piena libertà al di sopra del rumore delle armi. Vico Calabrò ha dedicato la vita alla divulgazione dell’affresco, tecnica nata in Italia e che fa parte del grande patrimonio italiano nel Rinascimento.
Lino Dinetto invece ha studiato con Carrà e Sironi. Tutt’ora vivente (ha 99 anni) ha iniziato a dipingere a diciotto anni, lavorando per la chiesa di Trichiana e quella di Mel. E’ l’unico presente all’Accademia Pontificia del Santo di Padova, di fronte agli affreschi di Giotto. Si è occupato della decorazione completa della Cappella di Santa Chiara con dipinti enormi, riproducendo episodi di vita della santa e di San Francesco.
E’ stato 17 anni a Montevideo affrescando la Basilica di San José nel periodo 1950/54, è molto più conosciuto lì che in Italia, pur essendo padovano di nascita. Ha vinto il Premio Nazionale di Punta del Est nel 1959. Purtroppo si giunge alla constatazione, ormai scontata, quanto spesso artisti italiani di grande spessore godano di molta notorietà all’estero e di pochissima considerazione in patria.
La visita poi si è snodata tra altre opere, di Giordano Floreancig e di Gianni Borta, un artista friulano, che impressione per quanto la sua pittura sembra immergersi nella natura rivelando un espressionismo catartico, con colori decisi e impasti voluminosi. Ma lo sguardo non poteva non soffermarsi a omaggiare Cesco Magnolato, artista accademia Venezia, docente di grafica e le opere di De Lutti.
Alla fine del mio itinerario in questo angolo di bellezza, il professor Francesco Di Leo ribadisce l’intensità della sua passione e il desiderio di rendere l’arte fruibile il più possibile a tutti “Faccio il curatore di mostre, ne ho allestite anche a Padova, di Colonia e di Pordenone, partecipando attivamente inoltre a fiere d’arte. So quali artisti vanno valorizzati, quali opere vanno scelte, faccio da trait d’union tra grandi artisti e il pubblico. La gente dovrebbe essere più ricettiva. L’arte crea un movimento crea, arricchisce economicamente la zona che ospita certi eventi culturali e aiuta a promuovere il turismo di ritorno, ma non sempre questo è sempre compreso”.
“Ho fatto anche un libricino su vari maestri messo in mostra all’Assunta, con lavori fatti dagli studenti a confronto di quelli fatti dai maestri; alcuni artisti sono venuti e abbiamo fatto Calabrò, Natta, Boscolo Natta , Murer il figlio, Rabarama, alias Paola Epifani, scultrice importante a livello internazionale. Ho posto alcune sculture di quest’ultima artista nel tessuto urbano così che interagissero con l’architettura della città e vivessero parallelamente al territorio e ai suoi abitanti, oltre ad aver allestito un’esposizione sempre delle sue opere alla Casa del Cima. Lo stesso ho fatto anche con altri nomi noti. E’ un modo per rendere tangibile e godibile l’arte, come se vivesse una sua vita parallelamente a quella del territorio che la ospita e ai suoi abitanti” ci tiene a rammentare giustamente con un pizzico di orgoglio.
Dopo un tale percorso tra nomi e tele che hanno segnato e continuano a incidere indelebilmente la storia dell’arte italiana e internazionale, non posso che uscirne con maggiore vitalità nel corpo e nello spirito, grazie alle esaurienti e raffinate spiegazioni ricevute. Sono grata al professor Di Leo per avermi illustrato con entusiasmo la vita e i lavori di alcuni tra i più grandi nomi del panorama artistico italiano, con un traporto tale da sentirmi quasi coinvolta nelle dinamiche dei dipinti, nelle cromaticità, nei significati intimi celati che chiedono solo di essere osservati in silenzio, compresi pian piano e assimilati come una goccia di rugiada che nutre la terra della nostra anima. Si giunge così a una luce che si palesa e ci riporta all’origine di noi stessi, a quella semplicità che esprime tutto perché tracciata con il talento innato, espresso con spontaneità. Così guardando una tela non si vede solo un’immagine ma ci si desta da un “sonno” dettato dalla quotidianità per approdare ad un risveglio che stimola idee, pensieri, progetti per un’evoluzione propria e nel contempo vivere una consapevolezza condivisa. Qualcosa di intenso, da inspirare, vivere e che ci invita a scrollarci di dosso l’omologazione di una visione dominante. Si, perché come diceva Picasso, più volte citato nell’intervista, "L'arte scuote dall'anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni."
Monia Pin
24 Maggio 2026
